Compiacere gli algoritmi va bene, ma sempre ricordando che sono loro al nostro servizio e non viceversa

Dato che ne stiamo per parlare, iniziamo dalla parola. Algoritmo deriva da al-Khuwārizmī , ovvero «originario della Corasmia», regione storica dell’Asia centrale, appellativo dato al matematico Muhammad ibn Mūsa vissuto nel IX° secolo. Oggi il termine designa qualunque schema o procedimento di calcolo.

In linea di principio l’algoritmo serve a esprimere in termini matematicamente precisi il concetto di procedura generale, di metodo sistematico valido per la soluzione di una certa classe di problemi.

L’informatica definisce algoritmo una sequenza di operazioni elementari, eseguibili facilmente da un elaboratore, che a partire da un insieme di dati produce un altro insieme di dati che soddisfano un insieme predefinito di requisiti.

Per quale motivo è importante l’algoritmo? Semplice (si fa per dire): perché automatizza i processi e migliora l’efficienza delle operazioni, rendendo possibile la gestione di una grande mole di dati in tempi brevi.

Quello su cui vogliamo concentrarci qui e ora sono ovviamente gli algoritmi dei motori di ricerca, vale a dire i sistemi che si attivano per suggerirci i risultati più pertinenti ogniqualvolta cerchiamo qualcosa su Google, classificando la rilevanza e l’importanza delle pagine web in risposta alla chiave di ricerca prescelta.

Per determinare l’ordine dei risultati di ricerca, gli algoritmi valutano numerosissimi fattori, tra cui le parole chiave, la qualità dei contenuti, i backlink e l’esperienza utente, filtrando l’oceano di informazioni presenti in rete per restituire i risultati più pertinenti e utili.

Fin qui tutto ok. Ma quando ci si trova dinanzi agli aggiornamenti degli algoritmi di Google, croce e delizia dei digital marketer, come ci si comporta? Sappiamo, infatti, che è sufficiente una minima variazione nei criteri di classificazione adottati dagli algoritmi per ridefinire l’intero universo dei risultati di ricerca, con ovvie conseguenze non solo sul posizionamento delle pagine, bensì anche sulle strategie di business delle aziende che vogliono portare nuovi visitatori al proprio sito web, a loro volta lead da trasformare in clienti. In poche parole, il rischio di perdere il traffico organico conquistato è sicuramente elevato.

Per far fronte alle criticità appena descritte è bene evitare di agire nell’immediato con cambiamenti troppo radicali. È opportuno, invece, per prima cosa verificare che i contenuti del sito rispondano ai requisiti di qualità richiesti da Google, per provvedere poi, eventualmente, a migliorarli. In linea di principio vanno apportate modifiche che abbiano senso per gli utenti e siano sostenibili a lungo termine.

Uno degli interventi più efficaci consiste nel rielaborare i contenuti al fine di renderli più utili e rilevanti, lavorando sull’intero percorso dell’utente anziché soltanto sulle singole parole chiave: è risaputo, difatti, che gli aggiornamenti degli algoritmi tendono spesso a premiare le cosiddette parole chiave a coda lunga, dette anche frasi chiave, le quali magari ottengono meno traffico di ricerca (quindi non creato dai risultati di ricerca a pagamento), ma che, per contro, hanno un potenziale di conversione maggiore, in quanto sono più specifiche.

È sicuramente proficuo, inoltre, rivedere la distribuzione dei contenuti stessi per rendere le pagine più facilmente navigabili e dunque più appetibili per i motori di ricerca.

Tutto ciò, tenendo presente una costante imprescindibile: la qualità dei contenuti e la pertinenza delle chiavi di ricerca favoriscono sempre la conversione.

Che quello di cui stiamo parlando riguarda la SEO (Search Engine Optimization) non c’è nemmeno bisogno di dirlo. È opportuno in compenso ricordare che se un contenuto è realizzato in modo tale da essere veramente in grado di informare e attrarre la target persona, la strategia SEO è enormemente facilitata. Prima ancora di pensare a come compiacere gli algoritmi bisogna chiedersi, quindi, se ciò che scriviamo è veramente originale, interessante e attrattivo, perché sono gli algoritmi a dover lavorare per l’utente e non il contrario. Quella di appiattirsi su un linguaggio modellato unicamente sulla statistica non è, infatti, la strada giusta da percorrere, perché è il significato a dover essere al servizio del ranking e non viceversa.

Morale della favola digital? Le parole di un contenuto, sia esso un sito, un post di una rubrica social, una campagna sulla rete Display di Google (e molte altre cose che sarebbe troppo lungo elencare qui), devono avere anche un’anima, un suono e un ritmo, non solo il compito di sedurre un algoritmo. Piaciuta la rima?

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